“Forse il dilemma dei centristi del Pd sta più nelle loro qualità che nei loro difetti. La loro natura infatti è prudente, la loro andatura è circospetta, la loro pazienza ha qualcosa di proverbiale. E così, hanno lasciato passare il tempo, mentre il centrosinistra -o campo largo che dir si voglia- ha preso forma attorno a suggestioni e parole d’ordine che non erano quasi mai le loro. Essendo moderati per natura, sono stati moderatissimi verso quelli che sono diventati i loro padroni di casa. E per quanto si siano ascoltate critiche, moniti, preoccupazioni, sollecitazioni a cambiare rotta, alla fine è sempre prevalsa la buona creanza. La progressiva radicalizzazione del centrosinistra li ha fatti soffrire ma mai fino al punto da prendere un’iniziativa che favorisse un vero e proprio mutamento di scenario.
Sono mesi e mesi che da quelle parti affiorano mugugni e lamenti per la piega troppo radicale che ha preso il centrosinistra. E con essi annunci di nuovi partiti e nuove sigle affacciate verso il glorioso passato. La nuova Margherita, il ritorno all’Ulivo del tempo che fu, il ‘civismo’ (qualunque cosa voglia dire), le mille altre suggestioni che avrebbero dovuto determinare un cambio di passo, bilanciando e piegando verso il centro le spinte più radicali che nel frattempo avevano saldamente occupato il quartier generale degli eserciti di opposizione.
Non si vorrebbe essere troppo severi. Ma tutto questo pulviscolo di uomini e sigle, annunci di battaglia e promesse di lealtà, prudenze e malumori non sembra finora aver sortito granché. Il quartier generale ha annotato diligentemente in agenda l’elenco delle obiezioni e quello delle ambizioni. E deve averne tratto la conclusione che con un po’ di pazienza e qualche acrobazia verbale si sarebbe potuta chiudere la disputa senza pagare dazio più di tanto. E infatti il centrosinistra si appresta alla battaglia elettorale senza aver mai costretto il M5S a una -doverosa- conversione sulla politica estera e senza aver trovato modo di dire ai suoi ‘centristi’ che il loro destino non sarà quello di diventare figli di un dio minore.
Il fatto è che ci si muove ormai sul territorio di una politica radicalizzata -a sinistra come a destra. E se Meloni e Salvini devono fare i conti con l’ultradestra di Vannacci, si può capire che Schlein e Conte non ardano dal desiderio di misurarsi con una formazione di centro pronta a farsi pesare di più facendo loro la predica. Ai nostri giorni sono le ali estreme che danno il tono alla musica politica. Dunque, forse non avrebbe più molto senso lamentarsi per il fatto che i due baricentri delle due coalizioni si siano spostati ancora più in là. Non tanto e non solo per la timidezza di coloro che dovrebbero fermare questa deriva. Ma semmai perché è proprio questa deriva ad incarnare lo spirito del nostro tempo.
Se è così, però, ai centristi si apre una sola possibilità: quella di fare da soli. E’ una possibilità esile, sconsigliata dai sondaggi e contraddetta dal senso comune. E infatti quasi nessuno scommette su improbabili terzi poli e difficili acrobazie condotte sbandierando le gloriose insegne del moderatismo. La moda del giorno è appunto un’altra, e la politica ha tutto il diritto, e perfino quasi il dovere, di lasciarsi impregnare dai pensieri che vanno per la maggiore. Dunque, sarebbe corretto mostrarsi più comprensivi verso le difficoltà dei ‘centristi’ di oggi e di ieri. A patto però che finisse anche il loro troppo incerto tormento. E che da domani si imboccasse una delle due strade aperte. O quella che conduce verso una obbediente rassegnazione alla forza maggiore. O viceversa quella che conduce verso l’assunzione di un rischio ancora maggiore fuori da ogni recinto protetto.
Di questi tempi stare in bilico nel bel mezzo di questo contesto politico richiede qualcosa di più di un lamento contro quello che una volta Saragat avrebbe chiamato il ‘destino cinico e baro'”. (di Marco Follini)
